Per anni è stato il vostro mantra. Siete stati dei complici. Sì, complici di una demenziale riscrittura della storia che ha fatto del PD il responsabile di tutti i mali del paese. Che ha fatto dimenticare agli italiani come e per colpa di chi si sono trovati nel pantano. Il disastro pentapartitico? I giovani neppure sanno cosa sia stato. Gli allucinanti governi berlusconiani che ci hanno portato a un passo dal baratro? Come se non fossero mai esistiti. Perché Renzi. Perché il PD. Sempre a picchiare da quella parte. Mai una critica al Bandana e alla sua banda. E comprensione, oh quanta comprensione, nei confronti di Salvini e dei suoi elettori. Gli ultimi. (Ma quando mai?) I dimenticati (come no: al governo nelle loro regioni da sempre). Quasi degli alleati naturali. Il risultato di tutto questo? Se i sondaggi che girano hanno un minimo di fondamento, voi state per consegnare l’Italia alle destre. Sissignore, voi. Convinti che Berlusconi fosse morto e sepolto. Che la Lega fosse destinata a restare confinata al Nord. Che bastasse erodere la base del PD per stravincere. Illusi. Siete arrivati a parlare in nome del popolo italiano. Delirando. Come se aveste già conquistato l’ottanta per cento dei consensi. Sempre criticando. Senza però mai prendere posizione in modo netto. Né di destra né di sinistra: oltre. Sì: nel territorio dei paraculi. Una tattica che ha funzionato, fino a quando avete dovuto fare delle scelte. La prima? Quella del vostro candidato. Dovevate essere rivoluzionari e ve ne siete usciti con Di Maio. Quel giorno vi ho invitato a segnarvi i risultati degli ultimi sondaggi. Non sareste mai andati oltre. Mai. La vera sinistra che accoglie a bracciaperte i militanti di Casapond e ha il volto di un andreottiano semi-alfabetizzato? Ma davvero pensavate funzionasse? Che gli italiani avrebbero scelto il nulla totale che gli stavate presentando? Berlusconiani e leghisti hanno preferito gli originali a una loro pallida copia e sono tornati all’ovile. I piddini dubbiosi, schifati, non si sono mai mossi. Siete rimasti col cerino in mano. Lo ha capito benissimo il Megafono. Furbo lui. Fiutata l’aria ha levato le tende. Tornerà poi, da salvatore della vostra patria. Dopo una sconfitta che, però, per voi può essere terminale. Su quale linea fermerete la vostra ritirata? Su quali valori vi arroccherete? Passata l’ondata di consensi, cosa vi indentificherà? Risposte che dovete darvi in fretta. Altrimenti? Evaporerete. Come il partito di Giannini (magari, se studiaste un po’ di storia ...). Scuotete le teste? Immagino già come mi risponderete quando vi ricorderò il vostro passato: “Grillini noi? Mai.”
lunedì 12 febbraio 2018
domenica 11 febbraio 2018
Solo per cercare di farti capire.
ti racconterò di qualcosa ho visto una ventina di anni fa nell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso dell’India. Una regione come la Lombardia? Sì, ma con duecento milioni di abitanti. Poi tu fai il sovranista, neh ... Ma andiamo avanti. Anzi no. Siamo fermi, in colonna. Una colonna di camion coloratissimi, auto di ogni età, carri tirati da buoi e cammelli. Qua e là ci sono anche degli elefanti. La strada che va in città è sempre trafficata, ma stamattina dei lavori in corso la bloccano quasi del tutto. Tanto che dopo un po’ mi sveglio. Sì, perché non sono io a guidare. Impossibile, nel traffico indiano. Ho un autista. Si chiama Ash e, nonostante non voglia smettere di chiamarmi sir e di indossare l’uniforme, “ma cosa direbbero gli altri sir?” è mio amico. Quando apro gli occhi, dunque, nel rispetto dei ruoli sono sul sedile posteriore dell’Ambassador (una specie di Ford Granada fatta in loco; un’auto di lusso perché girano ancora frotte di Fiat 1100). Guardo l’orologio. E’ tardi e siamo ancora lontani da Lucknow (Mai sentita nominare? Una cittadina. Con tre milioni di abitanti). Mi stiracchio e guardo fuori. Proprio in quel momento stiamo superando il maledetto cantiere. Stanno facendo uno sbancamento senza usare macchinari. Degli uomini riempiono con un paio di badilate dei piccoli cesti che una fila di donne si carica sulla testa e va a svuotare a cinquanta metri di distanza. Quello spettacolo prima mi riempie di pena; come sono magre quelle donne. E devono lavorare a quel modo: coperte di stracci e a piedi nudi nel fango che gli arrivava alle caviglie. Poi, complice il ritardo che stiamo accumulando, m’irrito: accidenti, fino a pochi anni fa ho fatto il manovale e con una carriola, da solo, potrei fare il lavoro di una ventina di quelle disperate. Una considerazione di cui, con la mia solita insensibilità, rendo partecipe Ash. Lui non si scompone. “Ma quelle donne non hanno i soldi per comprare una carriola,” mi spiega, con il sorriso che usa quando vuole farmi sentire un deficiente. “E se una facesse il lavoro di venti, le altre cosa farebbero?” continua, sempre sorridendo, prima di finire con la frase con cui tronca le discussioni che lo mettono a disagio: “E poi si è sempre fatto così”. Non aveva capito niente? Sì: proprio come te! Dico: sei favorevole alla proposta di tassare i robot. Geniale. Esportiamo alla grande e tu vorresti cominciare una guerra dei dazi. Le nostre aziende, se proprio, avrebbero bisogno di più innovazione e tu te ne esci con questo. Ma allora leviamo le macchine per la raccolta del riso e torniamo ad avere le mondine: netta ripresa dell’occupazione femminile. Che cretinata! E se, invece, facessimo DAVVERO pagare le tasse sui profitti, comunque siano ottenuti? Sì, anche quelli da attività finanziarie (dove di robot non ne girano). Si scomoderebbe troppa gente, eh? Non sai cosa sia il lavoro, ma sei furbo. Qualche giorno in fabbrica, però, dovresti passarlo. Cerca una delle poche catene di montaggio che restano e osserva. Ti piacerebbe essere al posto di uno di quegli operai? Fare un lavoro così monotono? No: non vorresti esserci tu né che ci andassero i tuoi figli. Ecco: per loro dobbiamo, piuttosto, cercare di creare un’economia come quella dei paesi più sviluppati: dove le macchine svolgono mansioni ripetitive e gli uomini fanno cose più intelligenti. Dove ci sono lavori diversi dal tuo, insomma. Sì, perché se la Lega ti sostituisse con una macchinetta per sparare cavolate, a questo punto nessuno se ne accorgerebbe.
venerdì 9 febbraio 2018
Dibba ha quasi ragione.
No, non perché ha avuto un illustre (seffappeddì) predecessore. No, non perché nel paese dell’eterna geremiade, dove tutti si lamentano di tutti, ma nessuno ammette mai la minima responsabilità, è ovvio che anche i politicanti se la prendano con gli elettori. Ha ragione perché sembriamo scollegati dalla realtà. I nostri salari reali sono tra i più bassi (forse i più bassi) di quel che un tempo era l’Occidente. Il nostro stato sociale è pressoché inesistente, nonostante un erario tra i più voraci. Non riusciamo ad attrarre investimenti e questa è solo una delle conseguenze (altro che articolo 18) di una giustizia civile che è la più lenta del pianeta. Sì, di tutto il mondo, esclusi solo i paesi in via di dissoluzione come la Somalia. Bene, di questi argomenti non si parla. Pare che alla gente, anzi alla orrida ggente cui siamo stati ridotti, non interessino. In un campo, però, abbiamo fatto progressi. Quello della sicurezza. Il numero dei reati, in generale, è in costante diminuzione. Di quelli più gravi, in particolare. L’anno scorso ci sono stati 343 omicidi. Un sesto di quelli che accadevano a inizio anni ’90. Un quindicesimo o giù di lì, rispetto alla popolazione, di quelli che accadevano nella bianchissima Italia di quando c’era “lui”. Diminuiscono i delitti e, numeri alla mano, abbiamo ben pochi immigrati. Siamo in una situazione non diversa da quella spagnola; di un paese dove d’immigrazione quasi non si parla. Abbiamo, se per caso, il problema opposto: stiamo perdendo abitanti e dovremmo preoccuparci di trovare un modo di trattenere i nostri giovani che emigrano (e no; mandarli a raccogliere pomodori non è la soluzione). Di nuovo bene. Quasi che il copione della nostra campagna elettorale fosse stato scritto da uno Ionesco al massimo della forma, stiamo dibattendo solo di sicurezza e immigrazione. Comprensibile che così vogliano le nostre destre. Levate le solite promesse da trip acido - populista (quando Tim Leary incontra Salvini mentre Silvio/Evita canta “Don’t cry for me Cologno Monzese”), sono gli unici temi su cui hanno qualcosa da dire. Nessuna soluzione realistica da offrire, intendiamoci, ma perlomeno qualcosa da dire. È assurdo, però, che noi gli andiamo dietro. Non poche colpe le ha il nostro sistema informativo. E’ demenziale: capace di inventare emergenze a getto continuo. L’esatto contrario di quello dell’Italia in cui siamo cresciuti. Allora, con duemila morti ammazzati l’anno, le rapine, i sequestri, il terrorismo, le guerre di mafia, e interi quartieri anche delle città del Nord sottoposti a coprifuoco (avete presente la Comasina ai tempi di Epanimonda/Turatello? Di notte c’erano i posti di blocco, con tanto di controllo documenti. Sì: della mafia) si faceva di tutto per trasmettere l’immagine di un paese normale. Oggi ogni omicidio diventa un caso; finisce in prima pagine e ci resta a volte per settimane. Sì, Dibba ha quasi ragione. Non ci siamo del tutto rincoglioniti, ma ci stanno rincoglionendo.
P.S. L’anno scorso ci sono stati 353 omicidi, dicevamo. I bagnanti annegati sono stati almeno 400. Se davvero la sicurezza è un valore assoluto, perché nessuno ha ancora proposto la chiusura delle piscine e degli stabilimenti balneari? E’ emergenza. E’ tragedia. E’ catastrofe. Dovremmo vietare anche le docce.
mercoledì 7 febbraio 2018
Michelangelo Merisi da Caravaggio,
per gli amici Emme. Perlomeno per me, da quando ho letto la splendida biografia con quel titolo (in italiano, M. L’enigma Caravaggio, edita da Mondadori) opera di Peter Robb. Orgoglioso com’è del proprio lavoro, sarà contento di sapere che la sua mostra milanese ha avuto uno straordinario successo. Si è appena chiusa e, in quattro mesi, ha attirato a Palazzo Reale quasi mezzo milione di visitatori. Tutti ammirati. Tutti stupefatti davanti agli istanti catturati in quadri come il “Ragazzo morso di un ramarro”. Capolavori di un genio che segna un prima e un dopo; un vero punto di svolta nella storia dell’Arte. Amare Emme, però, è anche capire che non nasce dal nulla; che è figlio di una terra e di una tradizione. Di famiglia bergamasca, anche la sua pittura sembra arrivare dal confine tra Lombardia e Veneto. Il suo realismo, a Milano e dintorni, ha precedenti remoti: in nuce, è già nel maestro (forse costantinopolitano) che in età longobarda ha affrescato Santa Maria Foris Portas. La sua capacità di modellare con la luce, invece, sembra arrivare da Venezia: discendere da Giovanni Bellini; avere un debito con Antonello da Messina e il suo soggiorno in Laguna. E’ nuovissimo, Emme, eppure ha precursori anche molto più diretti. Un altro bergamasco, Giovan Battista Moroni, uno dei pittori che più amo, perlomeno nei suoi intensi ritratti sembra anticiparlo. Moroni che ha imparato il mestiere dal suo conterraneo Moretto; un altro che, date un’occhiata al suo “Cristo e l’angelo”, a volte sembra caravaggesco cinquant’anni o quasi prima di Caravaggio. Tutto questo senza sminuire la rivoluzione di Emme. Solo per ribadire come si possa rintracciare una genealogia della sua pittura; come si allunghino nel tempo i fili che ne intessono la poetica. Un discorso che farebbe sorridere un critico cinese. Il conoscitore di un’arte la cui storia sembra fluire da sempre senza cesure. I cui pittori pare dipingano sempre gli stessi alberi e montagne, padiglioni e laghetti. Soggetti che, però, valgono come note musicali, definite in modo immutabile, ma con cui si possono comporre sempre nuove melodie. Certo, per distinguerle serve orecchio. O meglio occhio. Al nostro, ignorante, è impossibile capire se un dipinto cinese abbia cinquanta o mille anni. Per gli intenditori, invece, è chiaro chi siano i maestri e chi i meri seguaci; quali opere siano capolavori e quali no. È d’obbligo citare Ortega y Gasset. L’arte astratta, scriveva, opera una divisione tra chi conosce e chi non sa nulla. In questo senso l’arte cinese è già perfettamente astratta. Moderna da millenni. Senza mutamenti? No, che gli artisti modulano secondo il proprio carattere e sensibilità, pur senza cercare l’innovazione fine a se stessa. D’altra parte, come ha scritto Borges, se la poesia fosse fatta di novità durerebbe lo spazio di un mattino. E tutto quel che è bello e vero, urna greca di Keats compresa, ha un passato alle spalle. Lo aveva anche un rivoluzionario come Emme, che con i sui pennelli ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo. Pretendono d’essere perfettamente nuovi solo i ciarlatani. Sono coscienti della propria storia, invece, tutti quelli che conoscono il proprio mestiere. Grandi artisti o modesti artigiani, tutti quelli che cercano di costruire il futuro.
P.S. Ho scritto di Emme usando il presente? Basta guardare certe inquadrature di film e le luci di certi clip musicali: è sempre con noi.
P.P.S. In questo periodo scrivo solo di politica? Verissimo. L’ho fatto anche qui sopra.
lunedì 5 febbraio 2018
Adesso la piantate.
Sì, adesso la piantate. Mentre proclamate la vostra onestà, peraltro mai messa alla prova, rinfacciate di tutto a tutti, Assurdo. E poi non è una condizione naturale, essere onesti? Bisogna ribadirlo? Non lo trovate ridicolo, un po’ come chi inizia una frase con “a dir la verità”? Lo senti e ti chiedi se per lui sia norma la menzogna. Voi, però, fate di peggio. Ci insultate. Implicitamente, ci date dei ladri o dei complici. Ma come vi permettete? Siamo persone per bene anche se non abbiamo la minima intenzione di votare per voi, bigotti. Sì, bigotti come il grande megafono. Eroe della resistenza, vero? Martire cacciato a suo tempo dalla Rai, ri - vero? E come era entrato in quella Rai super lottizzata? Spinto da chi? In quota a che partito? E voi, cosa votavate in quegli anni? L’area della sinistra vale sempre più o meno quello. Voi, un bel terzo d’Italia, arrivate anche da altrove. Oddio, oddio: la maggior parte di voi, se ha la mia età, deve per forza essere stata pentapartitica. E poi berlusconiana e leghista. E i vostri giovani? Tutti figli sfruttati del proletariato? No. Tra loro c’è di tutto. Ovvio. E tra i vostri candidati c’è di peggio. Nessuna intenzione di rovistare nella spazzatura; è un piacere che lascio a voi e ai marchitravagli che adorate. Semplicemente state imbarcando frotte di paraculi. Inevitabile per dei futuri vincitori? Ma il vostro mo’vi mento è fondato sul paraculismo. Siete pro e contro qualunque cosa. O prima contro e subito dopo pro (vedi la posizione sull’Euro) sempre e solo alla ricerca del massimo consenso. Perché vi rimettete alle decisioni della Rete? Panzane. Peggio ancora se fossero vere. Se tutto dipendesse da una volontà istantanea, senza memoria né progetti, contata chissà come e influenzata da chi strilla più forte. Così non si governa neppure un condominio. Rifacciamo la grondaia? Il martedì sì; il mercoledì no. Giovedì? Sentiamo che dice l’amministratore. Anziché blaterare di onestà, iniziate a mostrarne. Dichiarate perlomeno se guardate a destra o a sinistra. Siete oltre? Sì: provenienti dal vuoto cosmico. Perfetti, per un paese che sta sprofondando nel delirio. Ha mille problemi, ma è tra i più sicuri d’Europa e ha relativamente pochi immigrati. Di fatto, se proprio, sta perdendo abitanti. Bene: vi si dibatte solo di sicurezza e immigrazione. Gli unici temi su cui le destre abbiano qualcosa di dire. Nulla da proporre, si badi bene, nessuna soluzione realistica, ma perlomeno qualcosa da dire. Dopo Macerata, ripetono che se gli immigrati sono presi a pistolettate è colpa degli immigrati. Perché ... be’ perché esistono. Parla il vostro candidato, l'onestamente indicato Di Maio. (E tu, mio plurilaureato amico grillino, mi spieghi come mai, nel mo’vi mento dell’uno vale uno, alla fine è emerso proprio lui?) Che dice l’azzimato e impomatato? Questo: “Con l’immigrazione i partiti ci hanno guadagnato.” La solita affermazione qualunquista: destrorsa il giusto, perfettamente inutile ma buona per quasi tutti. Un bell’esempio del vostro modo di procedere. Di costruire il consenso. Il risultato? Governerete, probabilmente. Il giorno in cui prenderete la prima decisione avrete truffato la metà dei vostri elettori. Quelli che non vi avrebbero mai votato, se solo avessero saputo. Se solo aveste avuto l’onesta minima di dire, prima di tutto a voi stessi, chi siete e cosa volete.
domenica 4 febbraio 2018
Parla, avvoltoio, parla.
Accusa questo o quello. Sputa altro veleno. Da solo. Quello che è accaduto a Macerata non ha bisogno di commenti. E l’avvoltoio, la iena, quello che accorre a ogni disgrazia per guadagnare qualche voto speculando sui morti, sei tu. Resta lì a blaterare altre idiozie. Magari in compagnia del tuo candidato governatore della Lombardia; l’altro paladino difensore della razza. Bella razza. La vostra. Noi non abbiamo nulla a che vedere con voi. Non vogliamo averlo. Piuttosto, decidiamoci ad aprire gli occhi. Smettiamola di dividerci, di frantumarci, di lottare uno contro l’altro. Di comportarci come se tutto fosse come sempre. Non lo è. Una destra come quella che abbiamo di fronte, non c’è mai stata. Non così forte. Non così spudorata. Non così eversiva. Sì, mentre sventolano le svastiche e nelle nostre strade marciano inquadrati i neo-fascisti, la parola giusta per definirla è eversiva. Contraria ai valori su cui è fondata la nostra democrazia. Che insulta il tricolore repubblicano ogni volta che ne abusa. Una destra contro di cui dobbiamo fare fronte comune. A tutti i costi. Dimenticando differenze che potremo risolvere in tempi migliori. Abbiamo opinioni diverse sulla legge X o sulla riforma Y? Parliamone. Anzi, ne parlino i politici che dicono di rappresentarci. Arrivare a compromessi, raggiungere accordi, dovrebbe essere il loro mestiere. Sto invocando una futura grande coalizione? Non siamo la Germania della Merkel. Siamo l’Italia di oggi. Macerie fisiche a parte, non troppo diversa da quella del ’43. Divisa, anche se non dalla linea Gustav. Con milioni di cittadini da recuperare. Spaventati da decenni di disinformazione e propaganda. Timorosi di perdere chissà quali privilegi. Sconfitti in cerca di capri espiatori. Rancorosi. Frustrati. Pronti ad andare alle urne come a compiere un linciaggio; a demolire tutto senza avere idea di cosa fare poi. A saltare nell’abisso portandoci dietro tutti. Anche se sono solo una minoranza. Anche se noi potremmo benissimo fermarli, se solo ci fossero rimasti un po’ di cuore e di cervello. Quelli che avevano Degasperi, Togliatti, Parri e Nenni quando, assieme a tutti gli altri, fondarono il CLN.
venerdì 2 febbraio 2018
Il presidente degli industriali di Cuneo
invita i genitori a tenere in conto le esigenze delle aziende prima di far studiare i figli ...
Non si sta preparando a un futuro lavoro, quel ragazzo con la testa infilata tra le pagine di un poeta francese o di un filosofo tedesco. O forse sì, ma non gli importa. Non più di tanto. Sta resistendo. Sta salendo in montagna. A te sembra stia perdendo del tempo? Perché ti accontenti. Addirittura, ti ritieni soddisfatto. Un felice ingranaggio del grande tritacarne. Vittima quando è il tuo turno. Carnefice quando puoi. Con dentro tutta la rabbia dell’impotente. Quel ragazzo, invece, non si è ancora arreso. E’ disposto ad andarsene altrove. A cercarsi altri amici e a imparare una lingua nuova. Prima di lui, lo ha fatto il piccolo Giacomo. Quanto doveva opprimerlo la Recanati papalina in cui stava crescendo. Per fortuna c’era la biblioteca di suo padre, e lui si è rifugiato in quei libri. Ha imparato il latino e il greco. Ha trovato tra gli antichi qualcuno con cui parlare di quello che altrimenti, lì, in quella società, avrebbe solo potuto tacere. Una conversazione cui possiamo partecipare leggendo lo Zibaldone dei suoi pensieri. Pensieri che possiamo solo intuire, invece, quelli di Carlo Emilio. Introverso. Intrattabile. Chi ha conosciuto Gadda lo ricorda così. Anche lui fuori posto, nella Brianza / Maradagal della Cognizione del dolore. Anche lui rifugiatosi nei libri; dentro una lingua nuova. L’italiano. Esotico, per lui che era cresciuto con il dialetto nelle orecchie. Un italiano che ha amato visceralmente. Che ha esteso, stirato, esplorato in ogni angolo. Sempre malcontento. Sempre alla ricerca di qualcosa. Della parola romanesca da infilare ner Pasticciaccio. Della libertà che cercava anche Beppe. Il mio amato Beppe. Un bell’uomo, proprio un bell’uomo, mi ha detto una splendida e anziana signora che lo conosceva e che ho avuto la fortuna d’incontrare. Alto e con la sigaretta sempre in bocca, un po’ come lei, mi ha detto ancora, riempiendomi di uno stupido orgoglio e facendomi fare gli scongiuri. Nato nel 1922 e morto nel 1963, Giuseppe Fenoglio. Gli eroi muoiono giovani e lui è stato il mio eroe. Ancora oggi, se dovessi indicare il libro fondante di una possibile epica dell’Italia repubblicana, sceglierei Johnny. Il capolavoro del più improbabile dei partigiani. Un ragazzo con la testa tra le nuvole; persa nell’Inghilterra di Cromwell. Forse per questo l’ho preso a modello. Aveva lasciato nelle Langhe del ventennio solo il corpo, mentre il suo spirito parlava in inglese. Come per anni ha fatto anche il mio. Sei andato via, mi dicono i conoscenti. Certo, non spiego mai loro, ma non quando ho fatto la valigia. Molto prima. Un’estate, in cantiere. Grazie a un piccolo dizionario inglese regalato dall’Espresso. Cinquemila vocaboli che mi sono martellato in testa, con una pronuncia orrenda e ricordando a malapena la grammatica studiata alle medie. Tutto per non restare in quella Padania che ancora non si chiamava così, ma che era già tutta leghista anche senza la Lega. Perché sarà vero che, se stai male in un paese di diecimila abitanti, stai male con te stesso, ma io volevo anche altro. Andarmene a Big Sur e a passeggio per il Village e in giro per tutta San Francisco. Lontano come deve essere quel ragazzo, perso dentro quel libro. In un posto dove nessun benintenzionato e ragionevole sconfitto gli ricorderà mai quale sia il suo posto.
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