Il "mio" giornale dà questo titolo a una sezione. Ne fanno parte diversi articoli. Nel principale, si esaminano le proposte dei partiti in quei campi. In un altro articolo, il ministro degli Interni afferma che “gli italiani non sono razzisti”. Se davvero le cose stanno così, però, resta da spiegare quella strana associazione di termini. Il binomio immigrazione e sicurezza, infatti, non ha ragion d’esistere. Nessun dato collega il numero degli immigrati a quello dei delitti. Le statistiche, se proprio, mostrano che all’aumentare degli immigrati ha fatto riscontro una costante diminuzione dei reati, e in particolare degli omicidi, mai pochi quanto ora. Non bastasse questo, a farci sospettare di razzismo ci sono mafia, ‘ndrangheta e camorra. Un problema meridionale? No: le mafie ormai sono presenti ovunque. Sono una questione nazionale. Sono, da molti punti di vista, la Questione. Nei dibattiti sulla sicurezza, però, non sono neppure citate. Si preferisce sproloquiare sui rifugiati. Avete presente le amministrazioni locali leghiste? Si scatenano contro i vu’ cumprà e i loro tappetini ma non sono così pronte (per usare un eufemismo) a denunciare l’infiltrazione della ‘ndrangheta nei loro territori. Bene. Gli italiani non saranno diventati razzisti, ma troppi di loro, non solo a destra, sembrano diventati leghisti. Se non collusi, ridicoli. Se mentre un quarto del paese è controllato dalle mafie, tutto quello cui riescono a pensare sono delle misure draconiane contro l’immigrazione, tragicamente ridicoli
martedì 27 febbraio 2018
lunedì 26 febbraio 2018
Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Sì, caro giornalista, recita il Confiteor, prima di scrivere un altro articolo o di andare in onda con la prossima trasmissione. Prima di affettare preoccupazione e indignazione. Sei disgustato da questa campagna elettorale? Sicuramente. E ti angoscia che certi guitti siano prossimi governare. E non ti capaciti che davvero si stia discutendo di “difesa della razza” o dei meriti del fascismo. La nostra politica, però, non si è ridotta a questo nello spazio di un mattino. Quello che ora offende la tua squisita sensibilità democratica, la tua raffinata cultura e la tua indubbia intelligenza, è il punto d’arrivo di un percorso più che ventennale. Un percorso che tu hai tracciato. Proprio tu, assieme ai tuoi editori. Senza volerlo, credo. Solo per conservare qualche lettore o conquistare qualche spettatore. Solo per qualche lira o Euro in più. E’ l’unica attenuante che ti puoi concedere. Per il resto sei stato tu a rendere popolari gli urlatori. Li hai portati in televisione. Li hai invitati puntata dopo puntata. Perché facevano ascolto. Perché rendevano le tue telerisse infinitamente più divertenti delle vecchie tribune politiche. Le Santanchio o chi fossero a dominare gli schermi. Altri urlatori sulle prime pagine dei giornali. Titoloni riservati a ogni cavolata. Affermazioni da liquidare con un’alzata di spalle trasformate in tormentoni. E chi cercava di ragionare messo in un angolo. E chi non “bucava lo schermo” lasciato a casa. Perché grazie te, e a quelli come te, la politica era diventata spettacolo. Una forma d’intrattenimento come la stessa cronaca. Perché anche le notizie devono attirare pubblico; contribuire al fatturato. E niente attrae il pubblico come i morti. I morti e le emergenze. Reali? Poche. Le altre, a cominciare da quelle della sicurezza e dell’immigrazione, create ad arte. Emergenze strillate ogni giorno, tutto il giorno, e commenti affidati a personaggi da avanspettacolo che facevano a gara a chi la sparava più grossa; a chi sapeva meno, ma accusava, insultava e strepitava, di più. Commedianti di bassa lega che hai fatto diventare protagonisti di quella politica che ora ti scandalizza. Modi di argomentare che hai incoraggiato e ora ti fanno scuotere la testa. Mentre ti chiedi come e perché in inchieste, servizi e coraggiosi (ma quando mai) libri denuncia. Altre inutili geremiadi nel paese delle geremiadi. In una società intossicata dai veleni che tu hai contribuito a diffondere. In una vita pubblica invasa da una barbarie cui tu, proprio tu, con le tue scelte, hai aperto la porta.
sabato 24 febbraio 2018
Lasciate perdere quel cretino.
Sì, parlo del Carotone. Della sua idea di armare gli insegnanti. Una mitragliatrice sulla cattedra, un campo minato attorno alla lavagna e la sicurezza è garantita. Guardate i ragazzi. Quelli che organizzano raduni e marce per avere leggi che limitino la vendita di armi. Quelli che guardano dritto nelle telecamere per accusare i politicanti d’essere quel che sono: dei supini dipendenti delle varie lobby. Quei ragazzi sono il meglio dell’America. Loro e i loro fratelli di poco maggiori, che avrebbero votato Bernie all’ottanta per cento o giù di lì. Mettete da parte anche l’anti - americanismo. Siamo a mezzo secolo dal sessantotto. Ricordate dove è iniziato? Non a Parigi: a Berkeley, e nel 1964. Capirete perché quei ragazzi fanno sperare anche noi. L’Atlantico è un oceano stretto: quel che accade su una sponda, si ripercuote sull’altra. Guardate a quei giovani e guardate ai nostri. Provate a parlarci. Non ho dati statistici. Ne conosco pochi. Figli di amici. Qualcuno che è venuto alle mie presentazioni. Qualche compagno di classe dei miei figli. Pochi ma tutti sorprendenti. L’esatto contrario di come sono descritti. Col telefonino sempre in mano? Vero. Come noi ci intrattenevamo in altri modi, non più intelligenti. Per il resto sono come eravamo noi, alla loro età. Sono curiosi e aperti. Se non sanno è perché nessuno ha insegnato loro. Perché i primi ad avere la testa infilata nei telefonini sono i loro genitori. Basta mettersi a raccontare e loro ascoltano. Basta dire e loro chiedono. Come facevamo noi, magari con i reduci e i vecchi partigiani. O anche solo con chi aveva vissuto proprio il sessantotto. Sono come noi e meglio di noi. Cresciuti dentro la crisi; con i soldi contati. Ma vogliono questo e quello? Molto meno dei paninari anni ’80. Hanno, soprattutto, una praticità che noi non avevamo. Si preoccupano del lavoro che faranno. Ti sorprendono con ragionamenti straordinariamente maturi. E non hanno pregiudizi. Noi ci sforzavamo di non averne; loro proprio non ne hanno. Ovvio, pensi poi. Hanno il compagno di banco nero. Si sono innamorati di una ragazzina nordafricana o romena. Le cavolate di Salvini, Meloni & co. per loro sono incomprensibili. Sparate di una politica piena di polvere e con le ragnatele; buona per accalappiare i voti degli sfigati di mezza età. Una politica che non è per loro, come non sono per loro il nazionalismo da operetta, i saluti romani e le teste rasate. Contrastano, oltre a tutto, con quella loro praticità; con la loro esigenza di soluzioni reali a problemi veri. Non a caso, i ragazzi americani sognano, udite udite, la social-democrazia all’europea. Da noi, altro che Brexit, otterrà il loro voto chi si deciderà a costruire davvero l’Europa. E se non lo farà nessuno, lo faranno loro. Con buona pace del fuoriuscito dal mausoleo, dell’ubriacone da bar sport e dei loro elettori. Mandando a quel paese un paio di generazioni, compresa la mia. Generazioni che, basta vedere per chi hanno votato e pare vogliano votare, a questo punto non li valgono.
giovedì 22 febbraio 2018
Sono cresciuto nel paese delle stragi,
delle stragi pre-elettorali. Non posso farci niente. E’ una questione di sangue. Di troppo sangue versato. Non posso assistere al ritorno della violenza politica senza chiedermi cosa ci sia dietro. La mano lunghissima del nuovo zar? Il capitalismo amorale delle multinazionali che non tollera limitazioni al suo strapotere? Io so che un’Italia nel caos e un’Unione Europea indebolita fanno comodo a tanti. So questo e ho visto in azione, per almeno un decennio, tutte le tecniche della disinformazione. Ho visto l’Europa trasformata in un mostro, nella colpevole di tutti i mali, da giornali di destra e sinistra. Ho visto creare l’emergenza sicurezza. Sì, creare a tavolino. Come seguendo un copione. Un titolo e un mortammazzato al giorno per convincere gli italiani, gli abitanti di quello che fino a oggi è uno dei paesi più sicuri al mondo, di essere in pericolo. Per indurli a restarsene in casa. Magari davanti agli schermi. A nutrirsi di altre paure. Ho visto l’arrivo dei soliti centomila rifugiati raccontato come un’invasione. Come se ci fossero decine di milioni di africani pronti ad attraversare il mare. Ho visto seminare la paura. Il sospetto. Il pregiudizio. Da notizie false fatte girare in rete. Da demenziali servizi dei tiggì. Da telerisse e tuttologi un tanto il chilo. Tutti a diffondere sfiducia. Nello Stato. Nei politici che sono tutti uguali. In chiunque abbia qualcosa perché di sicuro l’ha rubata. In chi non ha nulla perché di certo non ha voglia di far niente. Abbiamo assistito alla sistematica demolizione del nostro edificio sociale. Visto sgretolare il cemento che lo teneva insieme. E, in tutto questo, il riemergere del fascismo. La sua ricomparsa come forza politica. Tra strusciatine e ammiccamenti. Con l’aiuto dei revisionisti e dei relativisti. Di quelli che “i treni arrivavano in orario” e di quelli per cui Hitler e Romano Prodi erano la stessa cosa. Perché sinistra uguale Pol-Pot uguale genocidio "e allora di cosa parliamo?" Con la complicità di tanti e nel silenzio di quasi tutti. Magistratura assolutamente compresa. Abbiamo visto il nostro paese trasformato in una bomba. Senza che ce ne accorgessimo. Distratti da chi ci sa distrarre. Intrattenuti da chi sa intrattenere. Ora, con un groppo in gola, possiamo solo sperare che nessuno sia così stupido da voler fare la miccia.
mercoledì 21 febbraio 2018
Una piazza abbracciata dai portici.
Le case colorate dei pescatori che guardano il mare. Il bianco abbacinante di case antiche quanto l’uomo. In Puglia o a Pantelleria. Una serata di quelle che si sta bene in maglietta. Gli amici di sempre. Le gambe snelle e abbronzate delle ragazze. Un Negroni, in onore di Gianni cui devo tanto. Una pizza margherita. D’inverno, un piatto di pizzoccheri come li faceva nonna. E un bicchiere di vino. E le caldarroste, il cibo poverissimo di tutta la nazione. I braschér, per me. Le rusedde, per un mio amico calabrese. Da qualche parte un nuovo Lamborghini ha appena litigato con un nuovo Ferrari. Un Raffaello e un Michelangelo si guardano in cagnesco. Naturale. Di una natura viscerale che, però, ha illuminato il mondo. E le chiese. E i palazzi dei signori. E i paesi che sembrano esserci da sempre. Partoriti dalla collina, dal monte o dalla pianura. Due etruschi che sorridono. Marito e moglie, con una coppa di vino in mano. Saranno morti, ma sanno godersi la vita. Cartoline e ricordi patetici di emigrato? No. Quello che dura; che resiste. Anche mentre l’uomo di Boccioni avanza, con quel suo ginocchio proteso come un rostro, tra i nuovi grattacieli di Milano o Torino. Anche mentre tutto sembra immobile. In bilico. Tra dramma e melodramma. I profumi del gelsomino che si avvinghia al pergolato e del caffè che sale nella moka. Dall’orto vecchio, oltre quel muro che pare aver letto Montale, la brezza della sera e l’odore di un gran cespuglio di rosmarino. Per quanto ci si possa impegnare a distruggerla, l’Italia di sempre. Non immutabile: eterna.
martedì 20 febbraio 2018
I centri sociali sono un pericolo per la democrazia,
dice Silvio Berlusconi. Un termine vago, “democrazia”, quando passa per democraticamente eletto anche Putin. Se invece volesse scoprire il volto del peggior nemico della Repubblica nata dalla Resistenza, dei principi su cui poggia la nostra Costituzione, Berlusconi non avrebbe che da guardarsi allo specchio. Non lo sto demonizzando. Penso solo alle sue televisioni; al loro impatto sulla nostra visione mondo. Emilio Fede e i suoi colleghi influenzavano il voto, ma la tivù commerciale era tutta, ventiquattro ore il giorno, un veicolo di disvalori. Film e telefilm, di solito Made in Usa, celebravano come virtù quelli che per i nostri nonni sarebbero stati difetti. L’individualismo. Il materialismo. Il possedere e l’apparire come sostituti dell’essere. Il tutto con un linguaggio adatto a un pubblico di adolescenti. Magari cinquantenni. Anche i quiz sembravano disegnati per dei bambini. “Forza signora. La capitale della Francia è ...? Forza, Pa ... Pa ... Sììì: Parigi! Bavissima”. Lessico semplice e grammatica minima, per soddisfazioni superficiali ma immediate. Sempre. Le tette di Tini Cansino, per tenere gli occhi dei maschi incollati allo schermo, e battute di bassa lega per far ridere tutti. Risate automatiche, che arrivavano senza pensare. Drive in, per chi se lo ricorda, come inizio della fine? Un momento della trasformazione degli italiani nell’orrida ggente dei futuri proclami berlusconiani. Ggente senza più ideali e senza radici. Consumatori. Di tutto. Anche della politica. Non più confronto d’idee ma scontro di personalità. Fatta non più di dibattiti, ma di risse. Una forma d’intrattenimento in più per ex cittadini ridotti in spettatori. Ormai convinti che nulla contasse davvero. Traditi da Tangentopoli (e Craxi-Andretti-Forlani un posto tra i nemici della Repubblica certamente lo meritano). Il cui unico obiettivo, o sogno, erano diventati i soldi. Il denaro apparentemente facile dei campioni dello sport. Quello generato dal nulla delle magie finanziarie. Soldi che poi, sono venuti a mancare; che anche i più ottimisti hanno cominciato a capire non sarebbero mai stati loro. E’ arrivata la crisi. Per tanti era già arrivata la disillusione. Produci, consuma, crepa. Tutto si è ridotto a questo e non può bastare. E’ dis-umano. come le vite passate davanti agli schermi. Poco importa che siano diventi quelli dei computer. Dalle tette di Tini si è arrivati al rancore che è la cifra della nostra società mentre l’ansia di avere si è trasformata in paura di non avere più e nella certezza di essere soli. Senza più appartenenze. Nel nulla. In un deserto che è il terreno di coltura dei nuovi fascismi. Movimenti che forniscono identità e fanno sognare. Magari il ritorno a un ventennio che il revisionismo, che in quelle televisioni ha trovato ampi spazi, ha trasformato in un’età dell’oro. In una specie di socialdemocrazia senza democrazia (ma votare, si sa, non serve a niente). Nessuna voglia di giustificare chi prende a botte dei poliziotti. Proprio nessuna. Pasolini ha detto, a suo tempo, tutto quel c’era da dire. Ingiusto pure vedere come solo nostro un fenomeno che è di tutto l’Occidente. La crisi della democrazie, in fondo, è il prodotto ultimo del consumismo neo-liberista. Di una non-ideologia che, però, è stata tradotta in italiano e diffusa tra gli italiani, prima di altri e meglio di chiunque altro, da Canale 5, Italia 1 e Rete 4.
lunedì 19 febbraio 2018
A Mazzini. A Mazzini e a Salvini.
Questo mi viene da rispondere, alla finestrella di Facebook che mi chiede a cosa sto pensando. A Mazzini di cui mi sono ritrovato a discorrere con i miei figli, ieri sera. Una delle nostre conversazioni attorno al caffè. Caffettiera tedesca (anzi, danese) per un rituale dal nome spagnolo “sobremesa”, letteralmente sopra il tavolo, e il tentativo, da parte mia, anche di passargli qualcosa d’italiano. Qualcosa in più dei cromosomi e del passaporto, intendo dire. Quanto a Mazzini, ci siamo arrivati partendo da una piazza con il suo nome. Dalla loro voglia di sapere chi fosse l’uomo cui era intitolata. Ho cercato di spiegarlo. Repubblicano e rivoluzionario. Uno degli animatori del Risorgimento. Inseguito dalle polizie, mentre ovunque regnavano i monarchi. Esule a Londra e a Ginevra, oltre che in chissà quanti altri posti. Un uomo di visione. Un patriota che aveva già capito come il destino dell’Italia coincidesse con quello del continente. Che voleva una Giovine Italia dentro una Giovine Europa. Idee troppo avanzate per l’Italia dei suoi tempi. Per un’Italia, come proprio lui scrisse da qualche parte, che “pensava il pensiero di cinquant’anni indietro”. Un’Italia, però, meno anacronistica di quella che voterà per Salvini. Lasciando stare le sue solite sparate su immigrazione e sicurezza, in cosa consiste il suo pensiero? Cosa propone? Un’Italia che rifiuta le nuove tecnologie e mantiene le vecchie proteggendole con dazi. Una specie di nuova Albania in rotta di collisione con l’Europa. Magari con le banconote del Monopoli usate come carta moneta. In nome di un sovranismo da operetta. Ridicolo se appena si accende il cervello. La Corea del Nord e il Pakistan hanno l’atomica. In buona sostanza, può procurarsela chiunque. E sarà sempre peggio. Tornare ai nazionalismi ottocenteschi, in questo scenario, vuole dire imboccare la strada verso l’apocalisse. Nazionalismi che hanno già provocato due guerre mondiali, in un pianeta diventato piccolissimo. Reso tale dalle nuove tecnologie. Una realtà che impone scelte contrarie a quelle di Salvini. I problemi di oggi sono globali e richiedono soluzioni globali. Dal cambiamento climatico al dominio della finanza, posso essere affrontati solo dall’unione tra stati. Da un’Europa sempre più coesa e da un ONU cui vanno attribuiti reali poteri. Anatemi per i ducetti della politica mondiale. Per l’isolazionismo di Trump e per l’imperialismo di Putin. E per Salvini? Non credo proprio ci pensi. Mazzini guardava alla Storia; le sue idee hanno ispirato Gandhi quanto i nostri Padri Costituenti. La dimensione di Salvini è un’altra. Su youtube c’è un video. Lui, con una birra in mano. Forse mezzo ubriaco, canta in coro con altri mezzo ubriachi un ritornello razzista contro i napoletani. Una scena girata sulla porta di un bar frequentato da tifosi. Magari sotto lo sguardo compassionevole di una statua di Mazzini, il posto dove uno come lui sarebbe dovuto restare.
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