La cella in cui richiuderei gli apostoli della violenza. I cattivi maestri, che esistono eccome. Tutti quelli che fanno proselitismo tra i giovani a favore di questo o quel movimento terroristico. Giustissimo, quindi, che il reclutatori dell’Isis finiscano in carcere. A maggior ragione se, come a Foggia, predicano la necessità del martirio a dei bambini. Un episodio che unito a quello di Torino, dove operava un altro propagandista della jiahd, ci invita a non abbassare la guardia. Questo, di sicuro. Se basti per parlare di una minaccia incombente, addirittura di un pericolo che non sarebbe mai stato così alto, è invece qualcosa che lascio giudicare al ministro degli Interni. Un ministro che, però, soffre di strabismo. Nel corso del 2017, a minacciare, pestare, massacrare e sparare, da noi non sono stati gli islamici; sono stati soprattutto i neo-fascisti. Gli appartenenti a una galassia di associazioni nere che opera alla luce del sole, sicura della propria impunità. Nonostante la XII disposizione finale della nostra Costituzione, che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Malgrado la legge Scelba preveda il reato di apologia del fascismo. Di un fascismo che è tornato a marciare per le vie delle nostre città. Tra saluti romani e sventolare di svastiche. Sotto gli occhi delle forze dell’ordine. Senza che il ministro o la magistratura si siano sentiti in dovere di intervenire. Apparati dello Stato che hanno scelto di far finta di nulla. Per complicità, viltà o va sapere cosa. Zitti prima, lasciando che i referenti politici delle teste rasate si presentassero alle elezioni. Muti oggi, mentre le forze politiche che hanno ammiccato a quelle teste rasate si apprestano a governare. Mentre l’applauso di chi sta sempre dalla parte dei vincitori copre lo scalpiccio degli anfibi.
venerdì 30 marzo 2018
mercoledì 28 marzo 2018
Spero.
Grazie a quei ragazzi spero.
Tra noi e loro c’è l’Atlantico, eppure la loro luce è tra le poche che illumini questa notte. Li avrete visti. In ottocentomila solo a Washington. A protestare per chiedere leggi più severe sulla vendita delle armi. Uniti da un movimento spontaneo sorto dopo l’ultimo massacro in una scuola superiore. Capaci di organizzare, nel frattempo, manifestazioni in altre ottocento città. Contro la politica, dicono i commentatori, che non vogliono etichettarli. Contro la potentissima NRA, l’associazione dei fabbricanti e produttori di armi, che con le sue donazioni si è comprata il Partito Repubblicano, in pratica. Contro il partito di Donald Trump, detto altrimenti. Alla faccia di chi vorrebbe che ci siano i giovani dietro l’ondata populista che sta scuotendo l’Occidente. Ragazzi che in America, a quanto dicono le inchieste, non vogliono la “destrutturazione dello stato organizzato”, ma sognano il suo esatto contrario: degli Stati Uniti più simili all'Europa. A quello che era l’Europa fino a ieri e che ha descritto loro il vecchio Bernie. Con questo, non voglio dire che le loro rivendicazioni si tradurranno necessariamente in voti per i democratici. Il loro “sentimento”, però, è quello. Lo stesso del milione di donne che ha marciato subito dopo l’elezione di Trump. Lo stesso che, ne sono certo, spazzerà via la maggioranza repubblicana nelle prossime elezioni di metà-mandato. Una voglia di apertura, e non di chiusura, di corsa verso in futuro e non di ritorno al passato, che arriverà anche da noi; che farà sembrare decrepiti quelli oggi si spacciano per nuovi. Non me lo fanno dire delle doti profetiche che non ho. Solo ricordo che il ’68 è nato tra il 1963 e il 1964 e non nel centro di Parigi o di Praga ma sui prati di Berkeley. Anche allora come risposta a problemi apparentemente solo americani (la segregazione razziale e la guerra in Vietnam). Sempre a un oceano di distanza. Un Atlantico che, però, si è fatto ancora più stretto.
domenica 25 marzo 2018
Una gran puzza di stalla.
Si sente quello. Nonostante l’incenso di troppi turiboli. Odore di mercato di vacche. Di scambio di voti. Della peggior politica politicante. Vecchia. Decrepita. Un Fico alla Camera per una Casellati al Senato. Il nuovo avanza eleggendo alla seconda carica dello Stato una berlusconiana di ferro, già sottosegretaria alla Salute e alla Giustizia, nota soprattutto per un paio di tele-risse con Marco Travaglio. Lei a sproloquiare in difesa di Silvio, amico disinteressato di Ruby Rubacuori (momenti altissimi della storia patria); Travaglio a definire “puttanate” quel che lei diceva. Marcuccio loro (dei grillini, intendo) che ora si starà arrampicando sugli specchi. Come tanti. Come tutti quelli che hanno passato gli ultimi anni a denunciare inciuci; a scandalizzarsi e indignarsi per ogni cosa. Il tutto mentre il “popolo della Rete” lo prende in quel posto, perché “uno vale uno” solo quando serve da cortina fumogena. Altro che democrazia in direttissima: accordi sottobanco da Prima Repubblica; prove generali per un governo con i leghisti che gli elettori del M5S dovranno trangugiare. Come ampiamente previsto; esito di un’alleanza sostanziale che dura da anni. Tutti contro la casta? Ma non siamo ridicoli. I leghisti sono in politica da sempre. Sono casta più di quasi tutti. Governano il Nord da decenni. Sono corresponsabili di tutti i disastri del berlusconismo. (Date un po’ un’occhiata a quanto ci è costato il federalismo alla padana ....) No, leghisti e grillini hanno altro in comune. Degli amici a Mosca? Può essere. Di sicuro rappresentano il ritorno di qualcosa di già stravisto: sono gli eredi di un partito che non faceva pagare le tasse al Nord e prometteva assistenzialismo al Sud. Uniti sono la nuova DC. Sissignore. Molto peggio della vecchia: senza nessuna C e con pochissima D. Una DC senza ideali, ridotta a pura conquista del consenso e del potere. A un populismo che, però, non potrà fare altri debiti; che dovrà sostenersi inventando nemici esterni, quasi certamente l’Europa, mentre mi pare già di sentir parlare di “democrazia reale” contrapposta alla “democrazia formale”. I discorsi di ogni regime. Anche di quello che sta arrivando. In un futuro che è facile ma inutile prevedere. Mentre nel presente possiamo solo restare a bocca aperta. No, non per lo stupore davanti alle mirabilie della “terza repubblica”. Per respirare nonostante il tanfo d'ipocrisia
venerdì 23 marzo 2018
Guerra.
Guerra commerciale, per ora. L’ha scatenata il Carotone, dopo essersi sbarazzato anche dei propri consiglieri economici. Perché lui sa tutto. E poi, mica per dire, è una persona mooolto intelligente. Almeno, lo dice lui. Di se stesso. Lui che ha piazzato sessanta miliardi di dazi sulle importazioni cinesi. E immediatamente provocato un crollo di portata storica di tutte le borse mondiali. I primi avvisi di una tempesta che rischia di danneggiare tutti. Perché sarà anche mooolto intelligente, il Carotone, ma proprio non riesce a capire che ormai l’economia planetaria è una sola e che se la Cina sta male, tanti altri staranno peggio. Pensate solo a Ferrari e Maserati: per loro la Cina è uno dei principali mercati. E lo stesso vale per tante altre aziende del Made in Italy. Qualcosa che andrebbe spiegato di corsa a Salvini. La dimostrazione vivente che furbizia e intelligenza non sono la stessa cosa. Soprattutto, qualcuno che dell’Italia non ha mai saputo nulla. E continua a non saperlo. Neppure che non è la repubblica delle banane che pensa di dover governare, ma un grande paese esportatore. Molto più simile alla Cina che agli USA, se volete. Con un attivo della bilancia commerciale che si aggira intorno ai 50 miliardi (e agli 80 se non dovessimo importare il petrolio). Un grande paese che subirebbe solo danni da una guerra commerciale. Le cui aziende, altro che “i disastri dell’Euro”, stanno macinando record proprio nelle esportazioni. Aziende dove tutti incrociano le dita, sperando il Carotone si fermi. Un paese i cui problemi erano solo legati al mercato interno. Fino a ieri. Ora ci sono anche un Carotone mutante che vuole passare alla storia e un elmocornuto guerriero padano che vorrebbe occupare palazzo Chigi. Con la stessa supponenza del Carotone. Brillando solo per protervia e ignoranza.
giovedì 22 marzo 2018
Sto pensando a una poesia d’amore e a Ezra Pound.
Al povero vecchio Ezra. Una vittima della disinformazione, a modo suo. Di una guerra di propaganda che ha condotto dalla parte sbagliata. Saprete. Ogni settimana, per un’ora, dai microfoni dell’Eiar parlava alle truppe alleate per convincerle delle ragioni del fascismo. Di un regime che aveva sempre appoggiato. Per amore dell’Italia, paese in cui aveva scelto di vivere, e per illusione. Quella che poteva avere un poeta americano, lontano dal proprio mondo. Poeta che divenne così traditore. Americano rinchiuso dagli americani alla fine della guerra. In condizioni bestiali. Da impazzire. E impazzì, o quasi. Mentre il suo nome era dannato. Per quelle trasmissioni. Per l’antisemitismo in cui a volte era sfociato il suo anticapitalismo. Nome dannato, e oggi abusato, ma impossibile da cancellare. Dalla storia della cultura, prima che della letteratura. Cui si deve, per me più che a ogni altro, la nascita dell’estetica moderna. Nei suoi versi espressione e forma si combinano libere dal canone. Versi che cantano, pur senza metro né rima, per rime interne e assonanze. Fatti di parole scelte con orecchio finissimo e straordinaria sensibilità. Quella che lo fece innamorare della cultura giapponese. Che gli impose di aiutare Joyce a trovare un editore. Sì: il nostro mondo passa da lui. Ne parlavo con un amico ieri. Lo capì, ma ci vogliono i giganti per capire i giganti, Pier Paolo Pasolini. PPP che andò a trovarlo, osando sfidare gli anatemi dei soliti partigiani del 26 aprile. PPP che mi ha spinto a leggerlo. E a scoprire così la Cappella Sistina del modernismo. Più ancora del mio amato Ulysses. Parlo dei Cantos, che ho affrontato già da adulto. Che ho letto, riletto e ancora non capito. Non del tutto. In cui si entra in punta di piedi e si resta con la bocca aperta, per giorni, guardando all’insù. Come in una cattedrale gotica. Come mi è successo con la Divina Commedia. Davanti all’ascesa vertiginosa delle colonne e nervature di un pensiero che sembra perdersi nell’infinito. Oltre la miseria dei giorni e della politica. Eterno come i versi di questa poesia. Una delle più belle d’amore che conosca. Delicata e forte. Di poche parole e mille immagini. E’ sempre sua. Del vecchio, “cinico”, Ezra. Quando la lessi la prima volta, nel commento si diceva che Pound l'avesse dedicata a sua figlia. Ora so che non è vero; che era destinata a un'altra giovane donna. Non importa. Robert Frost diceva che una poesia "non significa ma è". E anche perché anche io ho una figlia, e nella lingua dei miei nonni valtellinesi “rais” vuole dire sia radici che figli, continuo a pensare che questa sia bellissima. Tanto da volervene offrire una traduzione.
Una ragazza.
L’albero è entrato nelle miei mani,
La linfa ha risalito le mie braccia,
L’albero è cresciuto nel mio petto-
Verso il basso,
I rami crescono fuori di me, come braccia,
Albero tu sei,
Muschio tu sei,
Sei le violette con il vento sopra.
Una bimba -così alta - tu sei,
E tutto questo è follia per il mondo.
Questo è l'originale.
A girl.
The tree has entered my hands,
The sap has ascended my arms,
The tree has grown in my breast-
Downward,
The branches grow out of me, like arms.
Tree you are,
Moss you are,
You are violets with wind above them.
A child - so high - you are,
And all this is folly to the world.
mercoledì 21 marzo 2018
Capisco il voto del Meridione.
Lo capisco. La voglia di tentare vie nuove. La speranza. Forse il sogno. Anche confuso. Tra mille dubbi. Meglio della certezza del niente. Dell’immobilità. Non capisco il voto dei miei conterranei, invece. Non me lo spiego con la ragione. C’è un partito che governa lì da vent’anni. Tanto da poter essere considerato l’unico responsabile dei problemi locali. A Milano è stato deludente. Altrove è valso le vecchie giunte democristiane. Non di più. Un partito tutt’altro che onesto. Che ha fatto sparire quaranta milioni di Euro di contributi elettorali. Un partito che ha governato anche l’Italia. Male. Malissimo. Portandola sull’orlo del fallimento. Sette anni fa, non ai tempi delle guerre puniche. C’è un altro partito che, invece, si è ritrovato a governare poi. Tra le rovine. Con le casse vuote. Senza margini di manovra. Un partito che ha fatto un mezzo miracolo. Commettendo errori, certo. Con un segretario che non è simpatico a molti, pure certo. Che, però, è riuscito a continuare a pagare stipendi e pensioni (e non era detto). Che ha fatto tornare a crescere il paese. Soprattutto lì, dalle mie parti. Dove l’occupazione è tornata ai livelli di prima della crisi. Dove le aziende esportatrici macinano record. Un partito che certo si è dimostrato meglio, infinitamente meglio, di quell’altro. E che invece ha perso consensi. E proprio a favore dell’altro. Degli incapaci che ci avevano portato a un passo dal default. Tutto questo per i “negher”? Anche. Per i “negher” che non ci sono, però. Per i cinque milioni d’islamici di un’Italia abitata per il venti o 30% da stranieri che esiste solo in una narrazione demenziale. Dove i rifugiati vivono in alberghi quattro stelle, ricevono trentacinque euro il giorno (e non tre) e hanno tutti l’i-phone ultimo modello. Un’Italia dove diminuiscono tutti i reati, dicono le statistiche, ma che sarebbe in preda alla delinquenza. Dove gli immigrati lavorano un anno e poi vanno in pensione. Per colpa del PD. Che ha creato il debito pubblico. Che è colpevole di tutti i mali. Che ha governato ininterrottamente dal 1945. Perché prima si stava bene. Quando c’era lui. In una riscrittura della storia che è diventata la Storia. Vangelo, per tanti. Come sono Vangelo i disastri dell’Europa (Quali? Non importa: ci sono.) Il tutto avvenuto in rete. Sulle colonne di fb prima che altrove. Lo hai visto in diretta. Lo hai visto e adesso senti i manager di Cambridge Analytica intervistati da MSNBC. Hanno aiutato Trump. Hanno favorito la Brexit. Lavorando su fb. Spingendo verso certe pagine e non verso certe altre. Fino a convincere la gente di “fatti che potrebbero non essere veri”. Fino a convincere gli americani che Obama aveva condotto il paese alla catastrofe. E che Hilary era il demonio. Fino a far credere agli inglesi (già fuori dall’Euro) di mantenere mezza Europa. Senti quei manager raccontare come manipolano la percezione della realtà e ti chiedi. Li senti dire che hanno lavorato anche in altri paesi e ti chiedi ancora. Senti che tra i loro padroni c’è il neo-nazionalsocialista Bannon, che hanno ricevuto soldi dai petrolieri russi, e continui a chiederti. Anzi, inizi a capire qualcosa.
martedì 20 marzo 2018
Leggo quei commenti e, per reazione, penso al loro sorriso.
I commenti sono quelli, atroci, riservati alla ong che ha fatto arrivare nel porto di Pozzallo 218 migranti. La storia è su tutte le prime pagine. Un gommone zeppo di migranti. La nave della ong che li prende a bordo e, nonostante le minaccia di essere presa a cannonate, rifiuta di consegnarli a una motovedetta libica. Li porta in Sicilia, invece, guadagnando alla ong non una medaglia ma un’imputazione per associazione a delinquere. Nel paese delle tre mafie, per tragica ironia. In un paese che non sa più cosa è. Che ha perso l’anima. Che gronda di frustrazione, di odio. Di una cattiveria che muove sulla tastiera le dita di tanti. Di troppi che sognano un’Italia tutta bianca. Ingabbiata da sempre più divieti. Dove resta solo la libertà di conformarsi. Di essere come loro. I discendenti di quei due, che quei due non riconoscerebbero. Guardateli. Tutto, in loro, comunica apertura. Sicurezza di sé. Serenità. Se ne stanno lì, sdraiati sul loro triclinio, felici di essere assieme. Alla pari e con sulle labbra quel sorriso. Sorriso arcaico, lo definiscono gli esperti. Caratteristico della fase più antica dell’arte etrusca, dicono ancora. Il vero manifesto ideologico della civiltà italiana. Di quello che può essere l’Italia al proprio meglio. Il paese della Dolce Vita? Il paese che, quando se ne ricorda, sa cosa conta veramente. Tutto quanto sta dentro quel sorriso che dura da duemilacinquecento anni. Che era lì, su quelle labbra, prima che arrivassero gli imperatori e i papi. Che sarà ancora lì, tra cinque o cinquant’anni, quando saremo tornati a vedere la luce della ragione. Quando l’Italia smetterà di essere quella di oggi. Rancorosa. Spietata. Anche per chi la ama, soprattutto per chi la ama, irriconoscibile.
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