venerdì 1 giugno 2018

Inno per la Festa della Repubblica

Cantato da coro o voce solista 
nel silenzio di una notte italiana

Giovanni Megna, Vito Allotta, Vincenzo La Fata, Giovanni Grifò, Lorenzo di Maggio, Francesco Vicari, Castrenza Intravaia, Giorgio Cusenza, Margherita Clesceri, Serafino Lasciari, Filippo di Salvo, Eriberto Volgger, Martino Cossu, Franco Petrucci, Armando Piva, Francesco Gentile, Mario Di Lecce, Olivio Dordi, Giovanni Arnoldi, Carlo Perego, Giulio China , Giovanni Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Glatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Vittorio Mocchi, Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè, Rita Camicia, Rosa Fazzari, Adriana Vassallo, Letizia Palumbo, Nicoletta Mazzocchio, Andrea Gamgemi, Antonio Ferraro, Franco Dongiovanni, Donato Poveromo, Gabriella Bortolon, Giuseppe Panzino, Federico Masarin, Saida Bertolazzi, Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari Trebeschi, Alberto Trebeschi, Eupio Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Vittorio Zambarda, Nicola Buffi, Maria Santina Carraro in Russo, Marco Russo, Nunzio Russo, Elena Celli, Elena Donatini, Tsugufumi Fukuda, Raffaella Garosi, Herbert Kontriner, Antidio Medaglia, Wilhelmus Jacobus Hanema, Silver Sirotti, Cinzia Andres, Luigi Andres, Francesco Baiamonte, Paola Bonati, Alberto Bonfietti, Alberto Bosco, Maria Vincenza Calderone ,Giuseppe Cammarota, Arnaldo Campanini, Antonio Candia, Antonella Cappellini, Giovanni Cerami, Maria Grazia Croce, Francesca D’Alfonso, Salvatore D’Alfonso, Sebastiano D’Alfonso, Michele Davì, Giuseppe Calogero De Ciccio, Rosa De Dominicis, Elvira De Lisi, Francesco Di Natale, Antonella Diodato, Giuseppe Diodato, Vincenzo Diodato, Giacomo Filippi, Enzo Fontana ,Vito Fontana, Carmela Fullone, Rosario Fullone, Vito Gallo, Domenico Gatti, Guelfo Gherardi, Antonino Greco, Berta Gruber, Andrea Guarano, Vincenzo Guardi, Giacomo Guerino, Graziella Guerra, Rita Guzzo, Giuseppe Lachina, Gaetano La Rocca, Paolo Licata, Maria Rosaria Liotta, Francesca Lupo, Giovanna Lupo, Giuseppe Manitta, Claudio Marchese, Daniela Marfisi, Tiziana Marfisi, Erica Mazzel, Rita Mazzel, Maria Assunta Mignani, Annino Molteni, Paolo Morici, Guglielmo Norritto, Lorenzo Ongari, Paola Papi, Alessandra Parisi, Carlo Parrinello, Francesca Parrinello, Anna Paola Pellicciani, Antonella Pinocchio, Giovanni Pinocchio, Gaetano Prestileo, Andrea Reina, Giulia Reina, Costanzo Ronchini, Marianna Siracusa, Maria Elena Speciale, Giuliana Superchi, Antonio Torres, Giulia Maria Concetta Tripliciano, Pierpaolo Ugolini, Daniela Valentini, Giuseppe Valenza, Massimo Venturi, Marco Volanti, Maria Volpe, Alessandro Zanetti, Emanuele Zanetti, Nicola Zanetti, Antonella Ceci, Angela Marino, Leo Luca Marino, Domenica Marino, Errica Frigerio in Diomede Fresa, Vito Diomede Fresa, Cesare Francesco Diomede Fresa, Anna Maria Bosio in Mauri, Carlo Mauri, Luca Mauri, Eckhardt Mader, Margret Rohrs in Mader, Khai Mader, Sonia Burri, Patrizia Messineo, Silvana Serravalli in Barbera, Manuela Gallon, Natalia Agostini in Gallon, Maria Antonella Trolese, Anna Maria Salvagnini in Trolese, Roberto De Marchi, Elisabetta Manea Ved. De Marchi, Eleonora Geraci in Vaccaro, Vittorio Vaccaro, Velia Carli in Lauro, Salvatore lauro, Paolo Zecchi, Viviana Bugamelli in Zecchi, Catherine Helen Mitchell, John Andrew Kolpinski, Angela Fresu, Maria Fresu, Loredana Molina in Sacrati, Angela Tarsi, Katia Bertasi, Mirella Fornasari, Euridia Bergianti, Nilla Natali, Franca Dall’Olio, Rita Verde, Flavia Casadei, Giuseppe Patruno, Rossella Marceddu, Davide Caprioli, Vito Ales, Iwao Sekiguchi, Brigitte Drouhard, Roberto Procelli, Mauro Alganon, Verdiana Bivona, Francesco Gomez Martinez, Mauro Di Vittorio, Sergio Secci, Roberto Gaiola, Angelo Priore, Onofrio Zappalà, Pio Carmine Remollino, Gaetano Roda, Mirco Castellaro, Nazzareo Basso, Vincenzo Petteni, Salvatore Seminara, Carla Gozzi, Umberto Lugli, Fausto Venturi, Argeo Bonora, Francesco Betti, Mario Sica, Pier Francesco Laurenti, Paolino Bianchi, Vincenzina Sala in Zanetti, Berta Ebner, Vincenzo Lanconelli, Lina Ferretti in Mannocci, Romeo Ruozi, Amorveno Marzagalli, Antonio Francesco Lascala, Rosina Barbaro in Montani, Irene Breton in Boudoban, Pietro Galassi, Lidia Olla in Cardillo, Maria Idria Avati, Antonio Montanari, Giovanbattista Altobelli, Anna Maria Brandi, Angela Calvanese in De Simone, Anna De Simone, Giovanni De Simone, Nicola De Simone, Susanna Cavalli, Lucia Cerrato, Pier Francesco Leoni, Luisella Matarazzo, Carmine Moccia, Valeria Moratello, Maria Luigia Morini , Federica Tagliatatela, Abramo Vastarella, Gioacchino Taglialatela, Giovanni Calabrò, Dario Capolicchio, Angela Fiume in Nencioni, Caterina Nencioni, Fabrizio Nencioni, Nadia Nencioni, Alessandro Ferrari, Carlo Locatena, Driss Moussafir, Sergio Pasotto, Stefano Picerno,
Di chi sono tutti quei nomi?
Delle vittime delle "nostre" stragi, da quella di Portella delle Ginestre, il primo maggio 1947, a quella di via Palestro, a Milano, la notte 27 luglio 1993. Nomi che idealmente si uniscono a quelli dei martiri della violenze nazi-fasciste; a quelli delle altre vittime del peggio del nostro passato. Nomi che si uniscono idealmente a quelli dei martiri della Resistenza e che ricordo ai miei amici ogni Due Giugno. Lo faccio anche quest’anno, mentre auguro loro una buona Festa della Repubblica. Celbrazione di una democrazia che abbiamo pagato con il sangue, prima e dopo il 1946. Festa che quest’anno, inutile nasconderlo, ha anche una sapore amaro. Mentre è responsabile degli Interni chi fino a ieri diceva di volersi pulire il didietro con il tricolore repubblicano. Mentre è diventato ministro (della Famiglia) un aperto ammiratore di Orban e di tutti i ducetti del peri-fascismo. In un momento della nostra storia che unisce il ridicolo al tragico. All’inizio di una notte che, comunque, passerà. A noi il compito di tenere una fiammella accesa fino ad allora. Con intatta fede. Uniti come i nostri padri e nonni. Come loro riuscirono ad esserlo, quando davvero serviva.

mercoledì 30 maggio 2018

"Il debito pubblico

che un potere dispotico ha contratto per perpetuarsi deve essere considerato illegittimo. Non dovrebbe essere ripagato dai cittadini, ma dalle élite che lo hanno voluto e creato”. Questo, suppergiù, insegnava nel 1927 ai suoi studenti parigini Alexander Nahum Sachs, già ministro delle finanze dello zar Nicola II, divenuto professore di diritto. Una dottrina che, con i dovuti distinguo, si può applicare anche alla situazione Italiana. A un debito pubblico formatosi per la più parte durante gli anni '80, sì ad opera di governi democraticamente eletti, ma senza il minimo riguardo per le future generazioni. Approvato dai cittadini di allora (e il partito della spesa, e del debito, era ben più ampio delle maggioranze parlamentari) ma esclusivamente a proprio beneficio; servito solo in minima parte a finanziare investimenti di cui oggettivamente godano i cittadini di oggi, molti dei quali allora neppure nati, che sarebbero tenuti ad onorarlo.
Un debito creato per finanziare il voto di scambio e non, o solo in minima parte, per costruire scuole, ospedali o linee ferroviarie. Non basta. In un processo perverso, che offende qualunque senso di giustizia, tanta parte di quel debito è stato creato per concedere sconti fiscali, nella forma di una diffusa ed impunita evasione, proprio a quei ceti che ne hanno comprato la maggioranza dei titoli e, grazie ai loro interessi, rimpinguato i propri patrimoni.
Considerazioni analoghe, solo declinate secondo la realtà di quel paese, hanno portato alla nascita, in Francia, di centinaia di comitati locali del Collettivo per la revisione del debito, che ha il suo più autorevole portavoce in Jean Gadrey, già docente all'Università di Lilla; un economista che arriva a considerare illegittima anche quella parte di interessi dovuta ai rialzi dei tassi provocati da manovre puramente speculative.
Idee che, mentre ne vengono meno ben altri, fondati su ideali assai più alti e nobili, mettono in discussione i tabù della sacralità del debito e della fondamentale “giustizia” dei mercati. Tabù che dovrebbero esser messi da parte, anche dai più incalliti liberisti, in base a considerazioni di carattere squisitamente pratico.
I debiti pubblici dei paesi occidentali, compresa la Germania, che ne ha uno pari allo 83% del Pil e che supera di oltre 200 miliardi quello italiano, sono ormai tropo alti per non ritenere altro che una pia illusione l'idea che possano davvero essere ripagati. Davvero, senza l'utilizzo di politiche monetarie che di fatto li svalutino.
I tassi d'interesse sono ad un livello storicamente infimo, eppure gli stati, tutti, non solo l'Italia o la Spagna, fanno una gran fatica a far quadrare i conti. Le economie si riprenderanno? Aumenteranno anche i tassi, e quelli pagati sui titoli di stato potrebbero non essere tanto gentili da farlo assecondando il ritmo dell'economia. Pur con tutte le misure prese fin qui, è solo questione di tempo prima che ripeta uno tsunami come quello dell'autunno 2011. E non è affatto detto che vi possano di nuovo sopravvivere l'Euro, il sistema bancario e l'economia del continente.
Non si tratta di strillare un “non pagheremo” che creerebbe un'apocalisse finanziaria. Non si tratta neppure di ricorrere ad un'indiscriminata “monetarizzazione” del debito; di avviare le stampanti ed inondare il pianeta di Euro che diventerebbero subito carta straccia. Devono, i governi europei, sedersi attorno ad un tavolo per trovare una via d'uscita comune ad un problema che è di tutti, anche dei paesi più virtuosi. Una soluzione difficile, che non potrà ridursi ad una sola misura, ma che difficilmente potrà prescindere da una radicale ridefinizione del ruolo della BCE.
Levata di mezzo qualunque remora moralistica, il risultato di una trattativa a viso aperto tra i paesi più in difficoltà, che dovranno dimostrare di volersi liberare, oltre che di una parte del debito, delle inefficienze dei loro sistemi, eredità dei governi che quello stesso debito hanno creato (sì, alcuni compitini dovranno comunque essere fatti), e paesi che gli stessi problemi hanno in minor misura, ma che non possono sostenere che le colpe dei padri e dei nonni debbano ricadere su figli e nipoti. Un concetto su cui i tedeschi, proprio i tedeschi, dovrebbero essere i primi ad essere d'accordo.
P.S. Ho scritto questo articolo quattro anni fa. Questo è ancora quel che penso del problema del debito. Sembro un grillino? No. Non accuso l^Europa di un bel niente e non mi sogno di minacciare sfracelli. Esprimo delle ragioni, come spero faccia, prima o poi, qualche nostro rappresentante. Con i dovuti modi e nelle dovute sedi.

domenica 27 maggio 2018

Caro signor Fleischauer,


lei è un maledetto cretino. E’ la terza volta che glielo scrivo. La prima fu per quei suoi apprezzamenti sul nostro carattere nazionale dopo l’affondamento della Concordia. Poi glielo scrissi quando fu scoperto il mondo truffaldino con cui il gruppo Wolkswagen aggirava le leggi sul controllo delle emissioni. Allora cercai di strusciarle il muso sulla cacca, se mi permette una metafora all’altezza delle sue. Le scrissi che se fossi stato un cretino come lei avrei accusato “i tedeschi” di essere dei truffatori. Invece, continuavo, per me i tedeschi restavano ottanta milioni di cittadini dell’UE, alcuni ottimi e alcuni pessimi, ognuno con le sue responsabilità. A essere truffatori, eventualmente, se riconosciuti per tali dai tribunali, erano solo i dirigenti WV. E lei, comunque, rimaneva un cretino. Un cretino che però, ora, sta diventando pericoloso. Per l’Italia, la Germania e l’Europa. Cretino pericoloso lei e una pericolosa cretinata il suo articolo per lo Spiegel. Lei è un razzista, parliamoci chiaro. Libero di esserlo in privato; non ci sono leggi contro i razzisti come non ce ne sono contro i cretini. Quando riversa la sua bile sulla tastiera, però, fa danni enormi. In questo momento il mio paese sta per essere governato dal proprio peggio. Capita. In America sta capitando; a voi è successo l’altro ieri. Articoli come il suo fanno solo il gioco di questo peggio. Fanno passare l’idea di una Germania e di un’Europa prevenute contro l’Italia. Addirittura responsabili del nostro disastro. Un’idiozia, considerato che l’Europa ci ha offerto un quarto di secolo d’interessi bassissimi che avrebbero dovuto permetterci di risanare i nostri conti? Vero. E un’idiozia doppia considerato che arriva dal capo di un partito che, con il suo federalismo alla padana, è stato il principale responsabile dell’esplosione della nostra spesa pubblica tra il 1997 e il 2011 (più sessanta per cento; altro che tagli ...). Purtroppo, però, anche noi abbiamo i nostri idioti e ne abbiamo tanti. Tra loro anche i commentatori che rispondono alle sua accuse contro “gli italiani” con altre contro “i tedeschi”. Tedeschi cui, invece, non credo vada ricordata la storia. Che penso sappiano benissimo quanto sia ingiusto incriminare tutto un popolo per le colpe di pochi (anche se quei pochi erano qualche milione, neh ...). Piuttosto darei a lei, ai miei connazionali che ragionano come lei, e a tutti i vari nazional-razzisti dei bei fucili con delle lunghe baionette. Poi vi porterei su un’isola deserte e vi lascerei lì, a sbudellarvi a vicenda, mentre noi, con tutti i nostri limiti, cerchiamo di continuare a costruire l’Europa. I vecchietti come me e la ragazza spagnola e il ragazzo danese che fregandosene di lei, di Salvini e di qualunque pregiudizio, magari proprio in questo momento stanno facendo l’amore. Ragazzi che i confini li stanno abbattendo a letto e che della vita hanno capito tutto quello che lei non capirà mai. 
Non perché lei sia tedesco, ci mancherebbe. 
Solo perché è un cretino. 
Sempre il solito cretino.

sabato 26 maggio 2018

La gente vuole, diceva il Bandana.

I nuovi fazzolettini gialloverdi (nuovi? Salvini è in politica da 25 anni ...) parlano addirittura in nome del popolo. Del popolo che “vorrebbe”. Con molta sicumera (ma che ne sapete delle aspirazioni di tanti che sono popolo almeno quanto i vostri elettori?) e tanta confusione. Basta scorrere i punti del “contratto” per capirlo. Meno tasse e più spese, senza curarsi del bilancio, perché il popolo “vuole” così. Senza tener conto, però della differenza tra “volontà di tutti” e “volontà generale”. Due termini introdotti solo da Rousseau, ma facilmente comprensibili. La “volontà di tutti” è quel che chiunque desidera quando pensa solo a se stesso e all’immediato. “Tutti” vorrebbero pagare meno tasse. Anzi, non vorrebbero pagarne per niente. “Tutti” vorrebbero andare in pensione prima, magari al compimento della maggiore età. La “volontà generale”, invece, è quella dei cittadini che non guardano solo al proprio ombelico e al presente. Avere strade, scuole e ospedali è “volontà generale”, come è “volontà generale” che si paghino le tasse necessarie a mantenerli. Una “volontà generale” che certo definisce un popolo più dell’etnia o della lingua, ma che proprio i nostri populisti preferiscono ignorare. Perché nasce dalla ragione, e non dalle viscere. Perché soddisfarla non si traduce subito in un consenso come quello che hanno appena conquistato. Assai ampio, anche secondo i sondaggi, rende di nuovo attuale pure un altro dei temi già cari al Bandana. Il risultato, anzi, della diseducazione civica operata negli anni dalle sue tivù: la convinzione che la democrazia consista nello strapotere della maggioranza. Nulla di più sbagliato. Nell'Italia del ‘36 quasi tutti erano favorevoli al regime, come quasi tutti erano nazisti nella Germania di allora o comunisti nell'Unione Sovietica stalinista. Tre casi in cui governava chi, eletto o no, aveva il sostegno della maggioranza. Governava con potere assoluto, però, è proprio per questo era un dittatore. La democrazia, infatti, è altro. È l’insieme delle regole che frenano il potere dei più perché siano rispettati i diritti delle minoranze. Regole, fissate nel marmo delle Costituzioni, che hanno anche un altro scopo. Quello d’inserire l’operato dei governi, transitori come le fortune elettorali, in progetti di portata storica che leghino tra loro le generazioni e saldino le nazioni. Qualcosa che dovrebbe capire anche chi ora sventola il tricolore, magari dopo aver scoperto un tardivo amore per l’Italia. Un paese creato dai millenni e una Repubblica che non si fonda sui moti intestinali, ma sulle pietre posate dai suoi Padri. Qualche loro nome? Einaudi, Giolitti, De Gasperi, Saragat, La Malfa, Togliatti, Nenni, La Pira, Foa, Dossetti, Terracini, Parri, Bobbio, Lombardi, Croce e, certo, Pertini. Meglio ricordarli prima che qualcuno, in questo tempo analfabeta, li includa tra le odiate elite. Magari per poi, in nome del “popolo”, destinare al rogo il loro capolavoro.

martedì 22 maggio 2018

Lo vogliono gli italiani.

Il sessanta per cento di loro, secondo i sondaggi, è favorevole al nuovo governo . Il suo presidente del Consiglio? Nessuno sa davvero chi sia. Tutti, però, sembrano conoscerne il  programma. Folle. Per certi versi vergognoso. Meno tasse, più spese e troveremo là fuori qualcuno cui far pagare il conto. Una specie di grande scaricabarile nazionale. Impossibile da realizzare. Che porterà quasi certamente alla fine dell’Europa e precipiterà il paese nel dramma. Che ci farà fare la fine della Grecia, ma solo se saremo molto, molto fortunati. Una discesa negli inferi tra gli applausi. In una tarda primavera che me ne ricorda altre. Altri momenti di follia collettiva. Il 9 maggio 1936. Con una tipica guerra d’aggressione, usando aviazione e gas contro un esercito armato di fucili, sì, ma di poco altro, abbiamo appena conquistato l’Etiopia. L’età coloniale è stra-finita. Le altre potenze europee, Inghilterra in testa, stanno pensando a come ritirarsi da imperi che ormai costa troppo mantenere quando Mussolini ne proclama uno. Per la gioia degli italiani. Di quasi tutti. Anche degli antifascisti. Tra le poche eccezioni, il giovane Pertini. Perché ha il carattere che ha. Perché ragiona. Come troppo italiani continuano a non fare il 10 giugno 1940. Altro discorso del duce. Piazza Venezia sempre gremita di una folla entusiasta. Si entra in guerra. Una guerra finta, sanno tutti. Contro una Francia già sconfitta e un’Inghilterra che firmerà la pace a giorni. Non ci sentiamo forti. Non per davvero. Ci sentiamo furbi. Furbissimi. Siamo ridicoli, come il pollo che si siede al tavolo da poker convinto d’avere a che fare con degli imbranati e si ritrova spennato. Ridicoli come siamo stati un decennio fa. La data? Otto maggio 2008. Si insedia il quarto governo Berlusconi. Lui racconta barzellette. L’elenco dei suoi ministri potrebbe esserne una. Ci va bene così, però, nonostante non si capisca in cosa speriamo. Forse nello stellone. Di certo siamo vittime di una campagna di disinformazione simile a quella di questi giorni. Siamo felici di esserci liberati di Prodi, ridicolizzata “faccia di mortadella”, demoniaco “affamatore di pensionati”. Uso la seconda persona plurale per non chiamarmi fuori. Perché non sono né leghista né grillino. Non tutti la pensavamo così. Anche in quel caso, a volere il nuovo governo, secondo i sondaggi era il sessanta per cento di noi. Un governo che nel giro di poco più di tre anni ci avrebbe condotto a un passo dalla catastrofe. Un passo che forse compiremo già nelle prossime settimane. Magari sotto gli ombrelloni di ferragosto. Una profezia delle più facili, se si è conservato l’uso della ragione. Se ci si è rassegnati a essere minoranza. Senza il minimo orgoglio. Con la disperazione nel cuore. E la certezza che quando gli italiani si trasformano in massa plaudente si avviano sempre verso la propria distruzione.
P.S. Non sono un profeta. So solo che finirà con la vittoria di russi e americani. Basta ricordare la storia e il poco latino necessario a chiedersi “cui prodest”?
P.P.S. Non sono un profeta, ma so benissimo che dopo non riusciremo a trovare un solo leghista o grillino. Dopo, quando avvieremo la ricostruzione. Spero tutti assieme. Spero, finalmente, avendo imparato qualcosa.

domenica 20 maggio 2018

L’Onorevole e il famoso giornalista

sono lì, faccia a faccia, sullo schermo. Un programma contenitore della domenica pomeriggio, allora famoso. Papà e io stiamo aspettando la partenza del Gran Premio. Lui è già malato. Forse per quello, da qualche tempo mi parla più del solito, quasi volesse lasciarmi un’eredità fatta anche di parole. “Vedi,” mi dice, “tutto dipende dalla vocazione”.

Io lo guardo perplesso. A proposito di “vocazione”, qualche giorno fa mi ha augurato di trovare la mia, ma non capisco ora cosa c’entri.
“Se ne hanno una sincera, quelli come loro, non importa che idee abbiano, tengono assieme una comunità”, mi spiega, “se invece fingono solo di averne una, se non credono in quello che fanno, distruggono un paese.”

venerdì 18 maggio 2018

Sono solo venditori di fumo e giocatori di tre tavolette.

Capaci di imbonire. Furbi, ma senza la minima fiducia nell’Italia. Convinti che sia in grado di sopravvivere solo grazie a trucchi contabili. Un paese di cui non sanno nulla. “Siamo mediterranei”, ha più o meno detto il Megafono, “con un’economia come quella Greca”. Ma quando mai? Siamo il secondo paese esportatore e la seconda potenza industriale dell’UE; di fatto più simile alla Germania della stessa Francia. Abbiamo mille problemi, ma tutti interni, come dimostra la bilancia dei pagamenti, e che per essere risolti hanno solo bisogno di riforme interne. Riforme, penso sempre a quella della giustizia civile che, però, nessuno ha mai avviato (certo: non si possono scomodare centinaia di migliaia di potenziali elettori) e che non sembrano interessare gli infimi dioscuri del “nuovo”. Le loro prime idee in materia d’economia? Una barzelletta. “Gigi, ti ricordi quei mille Euro che mi hai prestato? Ecco, te ne vorrei ridare novecento, e non escludo di farlo usando i soldi del Monopoli. Capito? Bene, ora mi presteresti altri cento Euro? No? Come no? Ma allora è un complotto!” Baggianate che berranno solo i loro elettori. Così vecchi. Decrepiti. Fermi ai nostri anni ’80 e al loro scellerato patto sociale. Libera evasione fiscale per far contenti i ceti produttivi; pletore di assunzioni nel pubblico impiego e pensioni come se piovesse per tener buoni tutti gli altri. Risultato, anche senza tirare in ballo tangenti e appalti? Burocrazia elefantiaca, sistema previdenziale insostenibile e devastazione dei conti pubblici: nel 1992 siamo arrivati a un passo dal fallimento e dal vedere la Lira ridotta a carta straccia. Esito da ricordare a chi pensa che si possa tornare a quel modello di (sotto) sviluppo. Cittadini “col trucco”, vogliosi di una libertà senza responsabilità. Per cui lo stato, se da una parte ha ogni colpa, dall’altra può tutto. In questo perfetti residuati del ventennio, avanzi del CAF e discepoli di Tremonti. Sicuri che bastino la maschia volontà del duce o un po’ di “creatività” contabile per generare ricchezza. Cittadini che, come tutti i truffati, sono in fondo complici dei propri truffatori. Di una genia di politicanti nuovi solo nei modi atroci e per il resto affetti da arteriosclerosi precoce. Urlatori che hanno torto anche quando potrebbero aver ragione. Il debito pubblico pesa anche su Francia e Spagna. Una sua riduzione, con conseguente svalutazione dell’Euro (che finirebbe per essere pagata da tutti gli europei) dovrebbe essere considerata. Una questione, però, da discutere nei dovuti modi, dando prova di dignità e serietà. Mi viene in mente De Gasperi a Parigi nel 1946. Davvero con le pezze al culo, volando su un residuato bellico, andò a presentare le ragioni di un grande paese. Sconfitto, in macerie, ma sempre un grande paese. L’Italia e non la miserabile e berciante repubblica bananiera che un branco di guitti, già capaci di fare danni miliardari solo con i loro sproloqui, pensa di dover governare.